Nell’Italia del 2010 continuano ad avverarsi i peggiori fra miei incubi sebbene realizzati in una prospettiva totalmente astrusa e paradossale. A volte mi sento di avere un costante rapporto con un Walter Sobchak di bassa lega che non conosco ma che continua a seguirmi pedissequamente.

Ho sempre avuto, fin da piccolo e da quando incontrai i primi polizieschi americani, il terrore folle di trovarmi coinvolto in un gioco di specchi fra sbirri buoni e cattivi. Da buon lettore di James Ellroy mi immaginavo alle prese con un figlio di puttana dalla risata falsa e dalle mani pesanti alla Dudley Smith o con un qualche di sbirro disperato e dal soprannome letale come “L’Esecutore”.

Oggi sono ricaduto nel mio solito film demenziale in cui è iniziato il gioco dello sbirro buono, sbirro cattivo.

Ho una strana sensazione stamattina, non credo sia paura ma piuttosto terrore.

Qualcosa che immaginerei di poter provare soltanto in una situazione del genere: io legato davanti la tv e obbligato a guardare uno strano format televisivo che mescola “il meglio” delle rubriche del tg2 con «gusto» la rubrica culinaria del tg5, il tutto racchiuso in un contenitore che riecheggia lo stile ovattato di un tg regionale nelle notizie di coda (ovvero tutte a parte la prima se in quella regione c’è stato un omicidio).

E questo solamente al pensiero di cosa potrà dire “lui” nel momento in cui il suo capitano, il leader della coalizione, il Presidente del Consiglio gli ha fornito l’assist più bello della sua ormai lunga e onorata  carriera politica parlando di una Costituzione italiana ”filosovietica, fatta sotto l’influsso di una dittatura“. 

Già me lo immagino lanciato verso la porta, col campo aperto sul taglio in profondità e il portiere che gli viene incontro lontano dai pali. Come Burruchaga lanciato da Maradona nella finale dei mondiali del 1986

Tu sei lì Maurizio e il portiere nemmeno c’è, lo abbiamo fatto fuori con l’ultima direttiva sulle garanzie per i politici nelle interviste ai tg. Ormai giocate tutti a porta vuota e tu Maurizio sei un mago in questo sport, non puoi deluderci e so che non lo farai. Ne dirai una di quelle che non so… Etna, Vesuvio e Borghezio erutteranno insieme in un boato unico che spazzerà via tre quarti del paese lasciando gli altri tuoi concittadini in preda alla disperazione di aver solo vissuto nello stesso momento in cui tu pronunciavi quelle parole.

Sono le undici e mezza, ancora non ho trovato agenzie stampa al riguardo ma la paura non è passata. Ormai lo conosco e so che non mancherà ma purtroppo non so come evitarlo perciò vai Maurizio ti sto aspettando.

Miopi istituzionalmente elevati al rango di falchi, sono tanti e nessuno merita più di una menzione. Si va da quello che vuole annullare la partita di calcio, a quello che vuole stracciare gli accordi perché ti “considerano” un torturatore, a quello che non capisce perché non hanno estradato uno che ha lo status di rifugiato politico.

Non c’ero negli anni settanta, ero piccolo negli anni ottanta. Tuttavia mi piace guardare indietro e l’Italia in quegli anni ha battuto svariati colpi, l’attenzione ci cade anche se non vuoi.

Oggi non so dirvi se sia meglio la soluzione di questi o di quelli, dei cacciatori di taglie o di chi si contentava dell’esilio. So però che alcuni, a volte anche più scorbutici e limitati dei primi, hanno ragionato e a un certo punto hanno capito qualcosa che doveva suonare grossomodo in questi termini: l’accaduto era clamoroso e complicato, difficile da inquadrare e tutto radicato in quel mondo che viveva al di qua del muro ma lontano dai cheesburger, la radiografia bianca e nera made in USA non calzava dappertutto e men che meno nel paese più anomalo dell’intero panorama occidentale.

Esistono vari assiomi convalidati dai più nella storia contemporanea italiana, sono interessanti e significativi ma ve li risparmio. Oggi a tutti se ne va aggiungendo un altro complicato e stridente ma che l’inchiostro delle rotative sta disegnando a grosse lettere sulle facciate monocolori del loro monumento chiamato Storia.

“Quei fattoni, comunisti e anarchici che giravano, clandestini come un qualsiasi marocchino e come lui colpevoli anche solo del fatto di esserlo, venti anni addietro non erano né guerriglieri né rivoluzionari ma solo comuni criminali privi di un retroterra di una qualsivoglia natura.”

Non entro nel merito, pur tuttavia noto che ogni tanto succede qualcosa che ti fa riflettere.  Basta guardare quello che succede intorno a voi e scoprirete che, in fondo, non è tutto così lineare eppure stranamente incomprensibile come appare dall’Italia. Che in fondo, ma poi non così in fondo, dovremmo smettere di considerare il nostro passato come la cartina di tornasole della purezza mondiale perché noi non siamo quelli che fra le varie dittature hanno avuto la migliore, che fra i paesi colonialisti sono stati i benefattori e costruttori, che fra i vari paesi occidentali siamo stati e siamo tuttora i meno ammanicati e sfruttatori, perchè non siamo quel paese in cui gli anni del terrorismo sono stati solo un film di serie B balzato agli onori delle cronache per l’efferatezza dei protagonisti.

Guardando oggi al Brasile per esempio, ma solo per esempio, potremmo scoprire che non è così che vedono quello scorcio di piombo dal Sudamerica. Lo status di rifugiato politico ha una significato particolare, al di là di quello che quel personaggio cui è stato concesso rappresenta, si mette in evidenza, in questo caso, che anche in Italia si combatté per motivi politici (e perché proprio in Italia non dovrebbe valere questa realtà così diffusa negli anni settanta?).

La maggiore parte delle persone a cui si riuscisse di dimostrare qualcosa del genere me la immaginerei con la bocca spalancata e gli occhi increduli nel momento di scoprirlo. In una posa molto teatrale, come un personaggio da cartone o meglio ancora da telefilm. Perciò una posa “telefilmica” direi, come un Richie Cunningham (Ron Howard) in Happy Days o Alex Keaton (Michael J. Fox) in Casa Keaton. Belli quei telefilm, ancorati ai vostri ricordi di ragazzi, lontani però dalla vostra realtà da ragazzi. A volte ricordo anche io la vita coi miei Genitori in Blue Jeans, poi però qualcosa mi dice la mia Italia non era proprio così.

Ma io non c’ero negli anni settanta e posso solo assicurarvi che all’epoca in Italia non si mangiavano cheesburger… Per i testimoni, beh molti di quei testimoni hanno scelto di guardare a quel mondo come ad una radiografia in bianco e nero. E se ogni tanto qualche cosa sfugge a quel loro punto di vista così lineare, basterà lasciar parlare la vista lunga di qualche falco istituzionalmente acclarato e, spingi che ti spingi, in qualche modo quella realtà tornerà a calzare a costo di cambiare il mondo (guardato dall’Italia beninteso).

Ieri pioveva, anche oggi piove e domani probabilmente pioverà.

Nessuna bomba in programma, non su questa sponda del Medirraneo almeno.

Ieri una tale giornalista de La 7 girava per le strade di Milano e a Milano nevicava. La giornalista ha fermato una signora e le ha chiesto “Scusi… Ma si scivola?”

Ho imprecato, cambiato canale, sorriso e riportato la TV su La 7. Difatti qui lo sport inizia prima che su Italia 1 e inoltre quei dieci minuti di scarto mi aiutano ad evitare l’ennesimo servizio della redazione sportiva di Studio Sport su Beckham a Dubai. Soprattutto mi fanno evitare Pellegatti.

Purtroppo non ce l’ho fatta e tramite Studio Sport ho ri-scoperto che a Milano nevicava mentre a Dubai c’era il sole e perciò il Milan sarebbe rimasto ad allenarsi in quel di Dubai. Credo che nemmeno a Dubai ci fossero le bombe.

In ogni caso sto divagando, quello che volevo dire è che a un certo punto (il punto preciso era un’intervista di Beckham) sono tornato su La 7 ed ho sorriso con convinzione. Infatti avevo capito una cosa importante, stavo apprezzando la logica interna del ragionamento della giornalista de La 7.

Ditemi un po’ voi se non fila: ti mandano a fare un servizio sulla neve a Milano, che fai? Fermi una simpatica pensionata in giro per i saldi e che non vedeva l’ora di lamentarsi del tempo e le chiedi se si scivola. Mi sembra che non faccia un grinza. Insomma ti stanno pagando per parlare del tempo e tu non sei una meteorologa. Stai andando in giro per la grande città a fermare gente, per lo più incazzata di natura, a chiedere cosa ne pensano del fatto che sono bagnati fradici il mercoledì mattina dopo l’Epifania.

Chi fermereste voi?

E cosa chiedereste?

A me sembra che le risposte arrivino da sole.

Cosa voglio dire con questo? Niente di particolare, volevo comunicare al paese di aver raggiunto una verità. La verità in questione non è che fuori nevica, non è che da qualche parte piove acqua e in altre piovono bombe, non è che la stampa italiana è comandata a bacchetta e anestetizzata, non è che il nostro paese è sotto dittatura, non è che da noi si parli di neve a Milano o al massimo si intervisti a spron battuto il ministro Frattini mentre a Gaza succede un bordello che nemmeno se l’immagina te l’immagini, non è niente di tutto questo.

La mia verità riguarda il fatto che il nostro è un paese di vecchi non tanto o non solo anagraficamente quanto mentalmente. Vecchi nell’anima perforata da secoli di indolenza e di prudentia.

Le risposte così ovvie che abbiamo dato non sono in realtà tanto ovvie, è solo la capacità di volare basso acquisita nella lunga esperienza che le rende tali.

In un mondo abitato da vecchi è perfettamente normale che si parli del tempo in schermovisione proprio come ne abbiamo parlato in un qualsiasi ascensore  condominiale questa mattina.

Tuttavia in un paese abitato da vecchi domani accenderò la TV e imprecherò ancora una volta.

Lo farò anche dopodomani…

Poi domani l’altro ancora…

Poi la settimana prossima…

Poi forse un giorno vinceranno loro e dirò pure io “Beckham non l’avrei preso né quando giocava a Manchester, né quando era a Madrid, figurati adesso che stava a Los Angeles! Però commercialmente… Si insomma il merchandising… E poi la moda…”

Aspetterò quel giorno senza troppa ansia. Per oggi a quel paese lo Spice Boy, la neve di Milano e il sole di Dubai.



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